Riassunto della puntata precedente: ci eravamo lasciati con il sottoscritto in preda a raptus di ira e malinconia, disperato nel comprendere a pieno il proprio futuro.
La situazione non è molto cambiata: non so ancora se a giugno potrò rimanere in Giappone o meno, non so ancora se da studente o lavoratore e non so ancora se sia il caso o meno di angosciarsi al riguardo. La sera stessa in cui mi è saltato in mente di scrivere il post “Che fare?” sono stato contattato da molti di voi, amabili e stupendi lettori di questo diario (ultimamente) di piagnisteri, via mail e via Twitter, con messaggi di solidarietà e di incoraggiamento: permettetemi di ringraziarvi tutti. Non amo l’Italia ma penso che davvero noi italiani abbiamo una marcia in più: lo noti all’estero, quando conosci gente dopo un giorno con cui senti già una sorta di relazione.
Tornando a noi. Recentemente il lavoro va stranamente bene: oramai ho assunto una buona fiducia nel servire drink e pasti. Mi manca soltanto il piglio giusto nel parlare con il cliente: quando ci parlo, sono troppo concentrato e non riesco a fare null’altro. Per il capo è una perdita di tempo, per me è una rottura di palle, per il cliente non penso cambi molto.
Questo martedì, lo ammetto, ho raggiunto condizioni pietose, roba che non si vedeva dal post di Capodanno, per intenderci.
In realtà era partito tutto in maniera tranquilla: io che vado in un Loft, una sorta di Upim in stile Ikea per intenderci, a comprare una bilancia elettronica. Tutto ad un tratto mi ricordo che il mio collega italiano che lavora con me al pub mi aveva chiesto di andare insieme per chiedere informazioni da un tatuatore (si scriverà così?) a Gion (zona storica di Kyoto): lo chiamo e mi dice di essere al ristorante del mio coinquilino con la sua fidanzata e di passare lì. Arrivato, vengo accolto da entrambi in maniera strana: difatti sono già tutti e due visibilmente brilli.
Mi siedo, ordino la mia solita caprese con ricotta al posto della mozzarella ed inizio a bere due bicchieri del più economico vino bianco italiano.

Finito di mangiare, vedo che il mio collega è già bello ciucco (un sommelier ciucco: un po’ come un autista cieco).
No Michele mi spiace, io finisco qua e torno a casa che non mi reggo in piedi.
Sono state queste le sue ultime parole prima di evaporare assieme alla sua dolce metà: non oso immaginare che tipo di pietanza si sia consumata privatamente. Ehm Ehm.
Sicché penso: Bho a questo punto torno a casa.
Nulla da fare: il mio coinquilino mi blocca e mi invita in un 居酒屋 (Izakaya), ovvero i cosiddetti pub in stile giapponese dove fra grida sovraumane dei camerieri e il fumo sempre più alto delle sigarette che si mischia a quello delle cibarie, si consumano valangate di alcool e carne.
Fortunatamente questa volta finiamo in un Izakaya ad Onmya, una zona trafficata solo di giorno e che di notte lascia alla luna l’unica possibilità di illuminazione e di orientamento per i vaganbondi come noi.
Qui ci vuole una piccola premessa: in Giappone, i più famosi Izakaya (o “catene”, poiché i veri Izakaya sono un po’ come i “peggiori bar di Caracas” per intenderci. Ed io ci sono stato in un vero Izakaya e..che ve lo dico a fare, mi sembrava di essere in un fumetto di Braccio di Ferro) conosciuti da noi stranieri sono principalmente due: 鳥貴族 (Torikizoku) e 一番 (Ichiban). Personalmente preferisco il secondo ma non è che se mi portano al primo mi faccia schifo eh.
Finiamo quindi all’Ichiban e cominciare a bere e mangiare come due bambini denutriti:

熱燗 (Atsukan) è forse la bevanda tipicamente giapponese che più preferisco: è semplicemente un 日本酒 (o “sake”, come chiamato erroneamente da noi italiani, dato che “sake” significa in realtà “alcool”) riscaldato a bagnomaria. Difatti a fine serata ne ho consumati circa quattro.
Pompato oramai a mille cerco di invogliare il mio coinquilino a cambiare posto: nulla da fare. Mi dirotta in un locale vicino casa gestito da due ragazze ed un tizio che mi cominciano a tempestare di domande mentre fra ulteriori drink alcolici finisco anche per essere agganciato da una delle due che, per motivi di logistica e date le condizioni pessime del sottoscritto, sono costretto ad ignorare.
Torno a casa e finisco dritto nel letto. Il mattino dopo non avevo la minima forza di alzarmi. “Avresti potuto dormire”, direte giustamente voi. Ma purtroppo dalle 16,30 avrei dovuto poi presenziare a lavoro con inoltre un meeting fra azionisti di non so quale compagnia che però detiene il possesso del nostro pub. Ora magari non me ne rendo conto, ma a fine giornata era come se non fosse successo nulla. Ho lavorato incredibilmente bene nonostante le condizioni e sono riuscito anche a soddisfare il cliente. Questo significa che devo ridurmi in quelle condizioni per svolgere in maniera perfetta il lavoro? No, semplicemente che ho avuto una gran dose di fortuna, per dirla in un italiano finalmente non volgare.
Anche oggi abbiamo avuto una stupenda festa: abbiam montato delle sakura in fiore sui due piani del locale ed abbiamo permesso, tramite un biglietto d’entrata di 3000yen per le donne e 3500yen per gli uomini, di fare una 飲み放題 (Nomihoudai), o inglesizzandolo “All you can drink”.


Sono successe parecchie cose interessanti, che sintetizzerò perché ce n’è una in particolare che richiede un discorso più approfondito:
- è magnifico vedere come i clienti, dapprima timidi e quasi impacciati, dopo soli due bicchieri comincino a diventare molesti;
- non so quante volte ho detto il mio nome, Michele, ad una ragazza e non so quante volte mi son sentito chiamare “Limone”;
- sono stato “acalappiato” da tantissime ragazze: una si è addirittura lamentata con il mio collega giapponese perché non le parlavo per niente. Questo è un mio gran problema: quando si tratta di lavoro, per me non esiste null’altro se non fare bene una cosa. Stop;
- Il mio collega italiano ha avuto anche lui molte richieste: sommelier, ragazzo in gamba e giapponese perfetto. Peccato che anche lui si è dovuto limitare per via del fatto che l’anno prossimo si sposerà con una giapponese.
Poi la perla finale.
Ad inizio serata arriva un uomo alto, sulla 40ina presumo, dai lineamenti tipicamente asiatici che mi comincia a parlare in un inglese che di più maccheronico non c’è. Io lì per lì penso: “mha sarà asiatico, coreano magari” e continuo la conversazione in inglese, poi però mi accorgo del suo accento tipicamente giapponese e delle 10.000 cose insensate che mi ha potuto dire in un inglese incomprensibile e comincio un attimo a lasciarlo stare per i fatti suoi ed a continuare il mio lavoro (su questo, come già detto prima, non transigo). Questo ometto buffo continua a parlare con gli altri giapponesi in inglese, manco Dio saprà il perché. Me li contagia: la gente viene al bancone con bocconi di inglese condito con particelle e pronuncia giapponesi che non fan altro che farmi venire un mal di testa pazzesco.
Comincia poi a litigare con un ragazzo: intervengo io, chiamo il capo del locale e dico di buttar un occhio su sto tipo che però sembra calmarsi senza problemi.
Continua poi a dar fastidio alla fidanzata di un mio collega: li ho usato la forza della seduzione di un drink gratuito per attirare a me la donzella e levarla dalle grinfie del mandrillo.
Dulcis in fundo: ore 23.30 di questa notte. Come ogni sera è l’orario di chiusura del secondo piano. Vado al tavolo dell’omino buffo, oramai rimasto da solo e faccio per togliergli il bicchiere vuoto di birra quando mi arriva una botta sulla spalla. Qui nasce il problema interno del sottoscritto riguardo sul come comportarsi in una società in cui il rispetto del cliente è al primo posto: che fare, che non fare?
Fortunatamente il capo vede tutto e comincia a chiamare la polizia. Mentre aspettiamo che i nostri eroi giungano a destinazione, l’ometto buffo comincia un soliloquio in un inglese incomprensibile, io cerco di calmarlo assieme al mio collega italiano e di tutta risposta lui prende per il collo il nostro capo e comincia a dirgli cose in dialetto che ho potuto comprendere solo a tratti. Continuava a chiedere spiegazioni, io gliele fornivo in giapponese prima ed inglese poi. Idem il mio collega italiano che parla un ottimo giapponese. Nulla, continuava a dirmi “ghivu mi moa diterusu (“dammi maggiori dettagli” con la pronuncia giapponese) e mi sono dovuto sorbire questa solfa (nonché i vari sputi in faccia mentre parlava) per circa 20 minuti prima che arrivassero i poliziotti.
Ebbene, dopo altri 20 minuti di interrogatorio, viene rilasciato come se non fosse successo nulla. E non vi dico neanche in che stato d’animo son tornato a casa in bicicletta: avrò allungato di almeno un km.
Da Kyoto è tutto, linea a voi in studio.
p.s. chiedo scusa se il blog sta diventando sempre più personale e sempre meno “nipponico”. Probabilmente da qui in poi sarà sempre così, per cui mi spiace per coloro che non mi seguono più per questo motivo ma sento che solo tramite questo spazio possa davvero dar sfogo a me stesso. Saluti.