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Bye!

Posted by みくー in Uncategorized

Niente signori, penso di aver deciso: torno in Italia.

Per un buon 80% sono convinto: non penso di pagare ulteriori e dispendiosi corsi di giapponese, né di usufruire di una possibile borsa di studio di enti locali o italiani e né (purtroppo) continuare ad elemosinare un visto lavorativo (anche perché, in tutta onestà, mi sono rotto di sentire sti musi gialli* cacciare ogni volta la storia del matrimonio per mettermi in regola).
Però attenzione: non significa che abbandonerò definitivamente questa magnifica terra. Mi spiego meglio: cosa va fortissimo all’estero del nostro Bel Paese? Quasi tutto: dai vini ai cibi, dalle pelli alle macchine passando per il design eccetera eccetera.
Scartando quindi la possibilità di diventare un professore di italiano per due motivi:

1) la domanda supera l’offerta. Si parlasse di insegnanti di lingue anglofone, il discorso cambierebbe, però la realtà è ben diversa purtroppo;

2) essere docenti di italiano in Giappone significa essere pervasi e perversi: pervasi da una spocchia che Dio solo sa dove l’hanno trovata; perversi perché, esperienza personale, sono dei malati di figa incredibili, roba dell’altro mondo, sul serio.

Ho pensato quindi che forse buttarsi su qualcosa di molto più tangibile sia la cosa più adatta. Non so bene come andrà il mio futuro ma per il momento voglio sicurezza e così sarà: il Giappone non scappa, tanto. Non lo ha fatto quando è stato tempestato di terremoti, tsunami e disastri nucleari, figuriamoci ora se non possa aspettare uno stronzo che si faccia un po’ di sana esperienza, seppur alla veneranda età di 27 anni, in un determinato settore.

Oggi ho fatto un errore a lavoro, ho strizzato un limone in un bicchiere diverso dal solito. Il capo mi fa “non hai voglia di fare niente tu” (in giapponese おまえはやる気がないよね): la mia risposta è stata l’esatto opposto, “certo che ho voglia di imparare e fare”. Ma effettivamente mi serve più tempo, più pratica e qualcuno che mi segua. Purtroppo non ho nessuna delle tre cose, quindi torno in Italia e vi faccio vedere che vi combino fra massimo 5-6 anni.

Vi lascio con due foto scattate mentre ero in pausa a studiarmi un paio di cocktails. Sono le passeggiate che adoro di più, quelle durante gli intervalli di 30 minuti prima di ritornare a lavorare. E pensare che c’è gente che spreca quel prezioso tempo dietro ad una sigaretta ed a una nuvola cancerogena di fumo, bha.

Saluti!

 

* Attenzione: questa parola è stata assolutamente usata in maniera dispregiativa!

Nuova puntata della telenovela personale!

Posted by みくー in Uncategorized

Riassunto della puntata precedente: ci eravamo lasciati con il sottoscritto in preda a raptus di ira e malinconia, disperato nel comprendere a pieno il proprio futuro.

La situazione non è molto cambiata: non so ancora se a giugno potrò rimanere in Giappone o meno, non so ancora se da studente o lavoratore e non so ancora se sia il caso o meno di angosciarsi al riguardo. La sera stessa in cui mi è saltato in mente di scrivere il post “Che fare?” sono stato contattato da molti di voi, amabili e stupendi lettori di questo diario (ultimamente) di piagnisteri, via mail e via Twitter, con messaggi di solidarietà e di incoraggiamento: permettetemi di ringraziarvi tutti. Non amo l’Italia ma penso che davvero noi italiani abbiamo una marcia in più: lo noti all’estero, quando conosci gente dopo un giorno con cui senti già una sorta di relazione.

Tornando a noi. Recentemente il lavoro va stranamente bene: oramai ho assunto una buona fiducia nel servire drink e pasti. Mi manca soltanto il piglio giusto nel parlare con il cliente: quando ci parlo, sono troppo concentrato e non riesco a fare null’altro. Per il capo è una perdita di tempo, per me è una rottura di palle, per il cliente non penso cambi molto.

Questo martedì, lo ammetto, ho raggiunto condizioni pietose, roba che non si vedeva dal post di Capodanno, per intenderci.
In realtà era partito tutto in maniera tranquilla: io che vado in un Loft, una sorta di Upim in stile Ikea per intenderci, a comprare una bilancia elettronica. Tutto ad un tratto mi ricordo che il mio collega italiano che lavora con me al pub mi aveva chiesto di andare insieme per chiedere informazioni da un tatuatore (si scriverà così?) a Gion (zona storica di Kyoto): lo chiamo e mi dice di essere al ristorante del mio coinquilino con la sua fidanzata e di passare lì. Arrivato, vengo accolto da entrambi in maniera strana: difatti sono già tutti e due visibilmente brilli.
Mi siedo, ordino la mia solita caprese con ricotta al posto della mozzarella ed inizio a bere due bicchieri del più economico vino bianco italiano.

Finito di mangiare, vedo che il mio collega è già bello ciucco (un sommelier ciucco: un po’ come un autista cieco).

No Michele mi spiace, io finisco qua e torno a casa che non mi reggo in piedi.

Sono state queste le sue ultime parole prima di evaporare assieme alla sua dolce metà: non oso immaginare che tipo di pietanza si sia consumata privatamente. Ehm Ehm.

Sicché penso: Bho a questo punto torno a casa.
Nulla da fare: il mio coinquilino mi blocca e mi invita in un 居酒屋 (Izakaya), ovvero i cosiddetti pub in stile giapponese dove fra grida sovraumane dei camerieri e il fumo sempre più alto delle sigarette che si mischia a quello delle cibarie, si consumano valangate di alcool e carne.
Fortunatamente questa volta finiamo in un Izakaya ad Onmya, una zona trafficata solo di giorno e che di notte lascia alla luna l’unica possibilità di illuminazione e di orientamento per i vaganbondi come noi.

Qui ci vuole una piccola premessa: in Giappone, i più famosi Izakaya (o “catene”, poiché i veri Izakaya sono un po’ come i “peggiori bar di Caracas” per intenderci. Ed io ci sono stato in un vero Izakaya e..che ve lo dico a fare, mi sembrava di essere in un fumetto di Braccio di Ferro) conosciuti da noi stranieri sono principalmente due: 鳥貴族 (Torikizoku) e 一番 (Ichiban). Personalmente preferisco il secondo ma non è che se mi portano al primo mi faccia schifo eh.

Finiamo quindi all’Ichiban e cominciare a bere e mangiare come due bambini denutriti:

熱燗 (Atsukan) è forse la bevanda tipicamente giapponese che più preferisco: è semplicemente un 日本酒 (o “sake”, come chiamato erroneamente da noi italiani, dato che “sake” significa in realtà “alcool”) riscaldato a bagnomaria. Difatti a fine serata ne ho consumati circa quattro.
Pompato oramai a mille cerco di invogliare il mio coinquilino a cambiare posto: nulla da fare. Mi dirotta in un locale vicino casa gestito da due ragazze ed un tizio che mi cominciano a tempestare di domande mentre fra ulteriori drink alcolici finisco anche per essere agganciato da una delle due che, per motivi di logistica e date le condizioni pessime del sottoscritto, sono costretto ad ignorare.

Torno a casa e finisco dritto nel letto. Il mattino dopo non avevo la minima forza di alzarmi. “Avresti potuto dormire”, direte giustamente voi. Ma purtroppo dalle 16,30 avrei dovuto poi presenziare a lavoro con inoltre un meeting fra azionisti di non so quale compagnia che però detiene il possesso del nostro pub. Ora magari non me ne rendo conto, ma a fine giornata era come se non fosse successo nulla. Ho lavorato incredibilmente bene nonostante le condizioni e sono riuscito anche a soddisfare il cliente. Questo significa che devo ridurmi in quelle condizioni per svolgere in maniera perfetta il lavoro? No, semplicemente che ho avuto una gran dose di fortuna, per dirla in un italiano finalmente non volgare.

Anche oggi abbiamo avuto una stupenda festa: abbiam montato delle sakura in fiore sui due piani del locale ed abbiamo permesso, tramite un biglietto d’entrata di 3000yen per le donne e 3500yen per gli uomini, di fare una 飲み放題 (Nomihoudai), o inglesizzandolo “All you can drink”.


Sono successe parecchie cose interessanti, che sintetizzerò perché ce n’è una in particolare che richiede un discorso più approfondito:

- è magnifico vedere come i clienti, dapprima timidi e quasi impacciati, dopo soli due bicchieri comincino a diventare molesti;

- non so quante volte ho detto il mio nome, Michele, ad una ragazza e non so quante volte mi son sentito chiamare “Limone”;

- sono stato “acalappiato” da tantissime ragazze: una si è addirittura lamentata con il mio collega giapponese perché non le parlavo per niente. Questo è un mio gran problema: quando si tratta di lavoro, per me non esiste null’altro se non fare bene una cosa. Stop;

- Il mio collega italiano ha avuto anche lui molte richieste: sommelier, ragazzo in gamba e giapponese perfetto. Peccato che anche lui si è dovuto limitare per via del fatto che l’anno prossimo si sposerà con una giapponese.

Poi la perla finale.
Ad inizio serata arriva un uomo alto, sulla 40ina presumo, dai lineamenti tipicamente asiatici che mi comincia a parlare in un inglese che di più maccheronico non c’è. Io lì per lì penso: “mha sarà asiatico, coreano magari” e continuo la conversazione in inglese, poi però mi accorgo del suo accento tipicamente giapponese e delle 10.000 cose insensate che mi ha potuto dire in un inglese incomprensibile e comincio un attimo  a lasciarlo stare per i fatti suoi ed a continuare il mio lavoro (su questo, come già detto prima, non transigo). Questo ometto buffo continua a parlare con gli altri giapponesi in inglese, manco Dio saprà il perché. Me li contagia: la gente viene al bancone con bocconi di inglese condito con particelle e pronuncia giapponesi che non fan altro che farmi venire un mal di testa pazzesco.
Comincia poi a litigare con un ragazzo: intervengo io, chiamo il capo del locale e dico di buttar un occhio su sto tipo che però sembra calmarsi senza problemi.
Continua poi a dar fastidio alla fidanzata di un mio collega: li ho usato la forza della seduzione di un drink gratuito per attirare a me la donzella e levarla dalle grinfie del mandrillo.
Dulcis in fundo: ore 23.30 di questa notte. Come ogni sera è l’orario di chiusura del secondo piano. Vado al tavolo dell’omino buffo, oramai rimasto da solo e faccio per togliergli il bicchiere vuoto di birra quando mi arriva una botta sulla spalla. Qui nasce il problema interno del sottoscritto riguardo sul come comportarsi in una società in cui il rispetto del cliente è al primo posto: che fare, che non fare?
Fortunatamente il capo vede tutto e comincia a chiamare la polizia. Mentre aspettiamo che i nostri eroi giungano a destinazione, l’ometto buffo comincia un soliloquio in un inglese incomprensibile, io cerco di calmarlo assieme al mio collega italiano e di tutta risposta lui prende per il collo il nostro capo e comincia a dirgli cose in dialetto che ho potuto comprendere solo a tratti. Continuava a chiedere spiegazioni, io gliele fornivo in giapponese prima ed inglese poi. Idem il mio collega italiano che parla un ottimo giapponese. Nulla, continuava a dirmi “ghivu mi moa diterusu (“dammi maggiori dettagli”    con la pronuncia giapponese) e mi sono dovuto sorbire questa solfa (nonché i vari sputi in faccia mentre parlava) per circa 20 minuti prima che arrivassero i poliziotti.

Ebbene, dopo altri 20 minuti di interrogatorio, viene rilasciato come se non fosse successo nulla. E non vi dico neanche in che stato d’animo son tornato a casa in bicicletta: avrò allungato di almeno un km.

Da Kyoto è tutto, linea a voi in studio.

 

p.s. chiedo scusa se il blog sta diventando sempre più personale e sempre meno “nipponico”. Probabilmente da qui in poi sarà sempre così, per cui mi spiace per coloro che non mi seguono più per questo motivo ma sento che solo tramite questo spazio possa davvero dar sfogo a me stesso. Saluti.

Che fare?

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Da quando sono in Giappone è passato un anno esatto. Eggià.

Un anno fa ero colmo di speranze, di voglia di fare, di sfondare un paese che per me era un sogno divenuto realtà e che da lì in poi avrei potuto gestirmi mirando sempre più in alto.
Dopo un anno mi ritrovo a dire “dio mio che gran coglione che sono (stato)”.

Da quando sono nella stupenda Kyoto ho ingoiato tanti bocconi amari, come mai ne avevo ingoiati in 25 anni di Italia: problemi linguistici, problemi culturali, problemi di salute, problemi di nutrizione e così via. Ho avuto persino la proposta di farmi mettere un dente d’argento per otturare una carie, dato che la mia assicurazione copriva solo quello (nel mondo quanti paesi hanno ancora una sanità privata ristretta come l’America? Forse soltanto il Giappone?).

Oggi dopo l’ennesima sfuriata presa a lavoro (mi pare di averlo già detto da qualche parte, ma ho di recente cambiato lavoro), non mi sento più io.
Sono tornato a casa e mi sono sentito solo, non c’era nessuno a cui poter parlare, nessuno a cui poter dire qualcosa e soprattutto nessuno che mi potesse consolare o anche solo sentire.

Mentre tornavo a casa in bici son passato di fronte al palazzo imperiale oscurato dalle prime notti afose qui in Giappone. Una meraviglia, uno spettacolo stupendo.
Capisci la bellezza di un posto solo quando comprendi a pieno quanto la gente che ci vive sia proporzionalmente opposta. E’ logico quindi che un giapponese brami l’idea di vivere in Italia: quando sono stato male psicologicamente non ho mai preso antidepressivi (e mai lo farò), non ho mai bevuto da solo a casa lattine e lattine di birra e non ho mai pensato minimamente al suicidio. Qui in Giappone una delle tre è routine. In Italia la mia routine era quella di uscire, prendere un caffè e parlare con un amico al riguardo: non importa l’ora, non importa la bevanda, l’importante era esserci.
Qua la questione è diversa. O meglio, i giapponesi hanno una forza interna capace di gestire qualsiasi tipo di situazione di modo tale da non dover “perder tempo”. Quante volte l’ho sentita questa parola: se fai salir al piano superiore il padrone del locale perché devi fargli una domanda riguardante il lavoro è una perdita di tempo, se hai un contrattempo ed avvisidel problema la tua amica, con cui saresti dovuto uscire, 10 minuti prima è una perdita di tempo, se chiedi di poter fare un salto ad Osaka per poter fare una chiacchiera con un amico è una perdita di tempo. Come se quella perdita di tempo fosse quantificabile in danaro.

Da quando sono in Giappone, mai come ora, ho un’enorme voglia di sfanculare tutto e tutti ed andare altrove, che non sia necessariamente Italia quindi.
Non lo so, oggi è stata una giornata notevolmente storta. Ma penso che domani sarà ancora peggio, dato che ho una mezza idea di dare le dimissioni.

Vi lascio con un paio di foto inutili dei ciliegi in fiore: “hanami”, ovvero la passeggiata attraverso questi spettacoli della natura rosei. Quest’anno, come d’altronde l’anno scorso, avendo provato a diventare un robot come loro, non sono riuscito a far nulla se non una sporadica passeggiata in solitaria, come già detto nel post precedente:

Non credo di amare più questo paese, o perlomeno questa gente. Ma soprattutto non amo per niente l’idea di abbandonare un qualcosa mentre lo sto compiendo. Questi due sentimenti sono in contrasto, che fare?

Sakura in fiore per tutti?

Posted by みくー in Uncategorized

Quanti di voi hanno mai visto “How I met your Mother” ?

Per quelli che non hanno mai avuto modo di prender visione di quello che “era” un capolavoro a livello di telefilm, la trama generale si basa su quattro amici e sulle loro vicissitudini giornaliere. Il titolo fornisce il leit motiv con cui è stato pensato il telefilm stesso, ovvero il racconto di come Ted, uno dei protagonisti, abbia potuto conoscere la propria moglie.

Perchè vi racconto questo in un blog in cui si parla di Giappone? La domanda non è affatto stupida e nasce quasi spontanea.

Ultimamente camminando per le strade di 木屋町 non si può far altro che osservare le sakura (o ciliegi, chiamateli come volete) in fiore:

La cosa di per se rende il cuore colmo di gioia. Però provate a fare la passeggiatina per questa incantevole stradina con il vostro iPhone mentre cercate di fare un paio di foto e vi passano davanti coppie apparentemente algide, che non vanno al di la del tenersi per mano, che però circoscritte in quel contesto roseo diventano ai vostri occhi un concentrato di passione e amore sgorgante di felicità.
Ted vive per trovare la sua anima gemella: vaga per New York, lavora, organizza feste o beve semplicemente al bar con gli amici. Il chiodo fisso di Ted, in ogni occasione, rimane il poter incontrare la persona che gli farà esplodere il cuore, che non gli farà pensare ad altro se non alla voglia di incontrare la propria fidanzata quanto prima.

Ultimamente il “mood” del sottoscritto è questo: non sono più fidanzato da due anni, non frequento in maniera fissa una donna da un anno e non faccio altro che fare pensieri nostalgici ogni qualvolta mi trovo in queste situazioni che sanno di miele in maniera quasi vomitevole.
Attenzione: non sto dicendo che mi manchino donne. Anzi, volendo ne avrei in abbondanza. Il problema più forte qui in Giappone è uno: ci si ferma troppo all’apparenza senza andare oltre, senza capire la sostanza. Loro lo chiamano 本音, il vero “Io”.

Vorrei continuare a scrivere ma purtroppo so che c’è qualcuna che legge questo topic, per cui meglio se mi fermo qua.

Però davvero, che bella cosa è l’amore. Beato chi lo è.

p.s. Ted Mosby sei un figlio di puttana, per colpa tua ho la testa piena di seghe mentali.